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Prime note storiche sul cantonale della Veglia

Le origini del borgo

Nella zona della Veglia e della Giardina sono documentate nell’Ottocento, da parte di Giovan Battista Adriani diverse scoperte di materiale archeologico romano. Sono certamente un’indicazione di insediamenti rurali di epoca almeno imperiale che dovettero interessare un po’ tutta la piana che dai costoloni della Costa del Cappellazzo e di Marene si estendeva sino alla collina di Bra. A confermare il fatto ci sono altri ritrovamenti nella zona della cascina Malabaila e non ultimi quelli di cui si è sentito sussurrare assai poco palesemente in occasione dei lavori per la strada tangenziale di Bra. Possiamo immaginare il paesaggio con qualche casa colonica, pochi campi coltivati e tanti boschi, soprattutto a caratterizzare tutte le zone in pendio, le vallette e le sponde dei corsi d’acqua, tenendo conto che Capellazzo prende il suo nome da un’antica denominazione di Area ad capellas, così come Cervere deriva da un’Area Cervorum, sicure testimonianze di una forte diffusione di animali selvatici. Dove la costa si abbassava dopo Montemaggiore si può ipotizzare che passasse già la romana Via Fulvia, che da Alba Pompeia e da Pollentia tendeva verso ovest, a Savigliano e a Busca. La strada che lambiva la zona, la documentazione di una necropoli di cremati a breve distanza, tra la Riva e il Falchetto, sono attestazioni di insediamenti certi nelle campagne di Veglia.

Nell’Alto Medioevo la zona di Veglia venne a trovarsi sui confini tra il Comitato di Auriate e il Comitato di Torino e questo potrebbe già essere un indizio per l’origine del toponimo. Dal punto di vista religioso, la zona faceva parte della diocesi di Torino, perché quella di Asti pare toccasse solo il territorio cheraschese sino a Stura. Solo nel XIII secolo, quando nacque la villanova di Cherasco e creò il suo territorio, Veglia passò alla diocesi di Asti.

Facciaza Palazzo storico sito in Veglia

Il nome di Veglia pare comunque ancorarsi al Medioevo e assai probabilmente al periodo immediatamente successivo alla fondazione di Cherasco e alla definizione di un suo distretto. Proprio in quella zona Cherasco aveva i suoi confini con Marene-Savigliano e Cavallermaggiore, confini debitamente sorvegliati sia con finalità di tutela del territorio dal punto di vista militare, sia soprattutto a scopo fiscale, per la riscossione delle gabelle. E’ dunque logico pensare che ci fosse una postazione di “Vigiliae” o di “vigilantes”, di gente insomma che doveva vegliare. Non per nulla il borgo controllava direttamente la strada che congiungeva Cherasco-Roreto a Cavallermaggiore e si ergeva in prossimità della strada di Savigliano Ad attestare l’importanza del sito stanno le tante vicende anche militari incentrate sul possesso del castello di Montemaggiore (Bric Mamau), che per la sua posizione controllava da vicino almeno una delle strade, quella di Savigliano. Non trascurabile pare anche il fatto che nella zona ci siano stati due insediamenti significativi di altrettante famiglie astigiane, i Jardini e i Malabaila, che, nel periodo visconteo i primi e soprattutto nel periodo orleanista i secondi, allargarono i loro interessi su Bra, Cherasco e tutto il territorio circostante. Tra l’altro i contatti di Cherasco con Asti erano quotidiani, non per nulla Cherasco era sempre appartenuta alla diocesi di Asti, da Asti erano arrivati i Visconti a conquistare la zona, insieme con il Contado di Asti Cherasco era andata sotto il possesso degli Orléans, come dote di Valentina Visconti andata sposa a Ludovico nel 1386.

La presenza di un borgo e soprattutto del toponimo è attestata a fine ‘300 dai catasti di Bra e nel ‘400 il termine “Bealera d l ‘Aveglia” compare negli Statuti di Bra, come ricordava A. Maccagno. Anche i catasti cheraschesi testimoniano quella presenza.

E’ logico dunque pensare che almeno nel ‘300 la popolazione che abitava la zona abbia provveduto alla costruzione di una qualche cappella, come sede dei propri culti. Le notizie che ci fornisce il Voersio sono relative solo al sec. XVI, quando una chiesa della Veglia, dedicata a S.ta Maria (forse per ossequio alla titolarità della parrocchia-madre) è attestata, all’interno della parrocchia della Madonna di Cherasco, che dopo l’insediamento degli Agostiniani, e soprattutto dopo la costruzione della nuova chiesa, divenne la Madonna del popolo. Con il tempo i Vegliesi procurarono che un cappellano ogni giorno festivo venisse a celebrare la messa. Proprio per questa celebrazione la chiesa fu oggetto della visita pastorale del vescovo mons. Angelo Peruzio, delegato apostolico, nel 1585. Un altro visitatore apostolico, il vescovo di Asti Rotario descrisse la chiesetta nei suoi verbali del 1656, sottolineando che era munita di un solo altare e che il cappellano celebrante festivo era regolarmente stipendiato dai massari. La dislocazione rispetto alla parrocchiale, il fatto che il cappellano non potesse celebrare altri sacramenti se non l’eucarestia, e che dunque per ogni altra incombenza si dovesse andare a Cherasco e per strade che diventavano impossibili in occasione di piogge o neve e soprattutto la necessità di attraversare Stura e non sempre era possibile, perché gli straripamenti e la sospensione dei traghetti erano assai frequenti, furono tutti motivi che spinsero gli abitanti di Veglia, ancorché fossero in numero ristretto, a chiedere già alla fine del ‘600 di potersi costituire in parrocchia, mentre la stessa cosa facevano quelli di Roreto e di Cappellazzo.

L’istituzione della parrocchia di S. Rocco e la costruzione della chiesa

Nel 1702, dopo tante lamentele per la distanza che li separava dalla chiesa di S. Maria del Popolo, gli abitanti di Veglia ottennero finalmente una propria parrocchia e un curato stabile al posto del cappellano e si impegnarono a costruire una nuova chiesa ampia e dignitosa. La parrocchia (la cura) nacque il 22 luglio 1702 come filiazione della Madonna del popolo e fu dedicata a S. Rocco. L’atto notarile di smembrazione fu redatto dal notaio Giuseppe Antonio Lequio, alla presenza della rappresentanza dei borghigiani, dei padri Agostiniani e degli amministratori comunali. La nascita della nuova parrocchia fu subordinata ad alcune clausole, prima fra tutte il riconoscimento della dipendenza a favore dell’antica chiesa madre, alla quale i Vegliesi si impegnarono a rendere onore colla presentazione del nuovo Curato, con l’offerta in Cherasco di due ceri di sei libbre ogni anno nel giorno dell’Assunta, col consentire al curato della Madonna del Popolo di celebrare nella Cura della Veglia la messa solenne di S. Rocco, col permettere sempre al curato della Madonna di reggere la parrocchia nei periodi di transizione tra un titolare e l’altro. D’altro canto i Vegliesi si impegnarono al sostentamento del curato, cui furono garantite 80 emine di grano all’anno.

Chiesa di S. Rocco in Veglia

Pare non trascurabile il fatto che la vecchia dedica alla Madonna sia stata mutata e che la nuova parrocchia sia stata intitolata a S. Rocco. Abbiamo testimonianze più o meno larghe sulle pestilenze all’interno di Cherasco, mancano quelle relative al territorio, ma si può essere certi che l’incidenza delle epidemie a Veglia potesse essere alta, trovandosi il borgo su strade di comunicazione importanti e assolutamente privo di difesa dal punto di vista geografico. E’ proprio questo a farci pensare che la dedica a S. Rocco fosse il tentativo di chiamare in causa “in prima persona” proprio il Santo maggiormente invocato in quei frangenti e la pala d’altare, che lo associa ancora a S. Sebastiano e alla Madonna, sembra voler confermare il fatto.

Il 2 ottobre 1702 finalmente fece il suo ingresso nella borgata il primo curato stabile, Franco Maria Cravero di Bra, nominato dal vescovo su segnalazione dei massari della chiesa..

La parrocchia era molto piccola e senza risorse e dunque molto povera. Questo fatto pare significativo del frequente ricambio di curati che si avvicendarono con una periodicità assai intensa, cosa che non era sfuggita già al Salmatoris che nella sua Istoria di Cherasco scriveva a fine Settecento: “Il non esservi una competente congrua ha dato luogo a frequenti mutazioni” a fronte di tanti sacerdoti che, poco tempo dopo esser stati immessi nella cura, vi rinunziavano. Ciò non toglie alcune permanenze lunghe, dettate da particolari rapporti con il luogo o la popolazione, da limitate aspettative di carriera e di promozioni o ancora da condizioni familiari particolarmente floride e dunque dalla non necessità di dipendere dai fedeli per la propria vita materiale. Si vedano ad esempio i casi dei curati (poi priori) Gerolamo Zabaldano, Giorgio Audinetti o ancora Carlo Oliveti.

In ogni caso il reclutamento dei curati sembra essere molto condizionato e dunque allargarsi a località poco floride in cui le risorse per il clero erano più limitate.

Nel 1718, con il curato Gerolamo Zabaldano iniziò ufficialmente e materialmente la costruzione della nuova chiesa, che A. Maccagno dice essere stata progettata dal monregalese Gallo) e della casa canonica. Fu forse lo stimolo dell’opera avviata e il desiderio di vederne il completamento a mantenere il curato a Veglia sino al 1735, quando abbandonò la borgata forse perché non aveva prospettive di un coronamento del suo proposito.

La costruzione di una chiesa da parte di un piccolo gruppo di persone comporta sempre tempi lunghi, determinati soprattutto dalla necessità di recuperare sempre nuove ed ingenti risorse. Tanto più questo a Veglia, dove si era pensato di fare le cose in grande. Ci volle indubbiamente del tempo, fu importante anche il fatto che dal 1736 al 1748 il curato fosse stato Antonio Operti, fratello maggiore del pittore braidese Pietro Paolo, perché si deve certamente a lui se le decorazioni parietali furono fatte da Gallo Barelli e appunto da Pietro Paolo Operti. Fu importante anche che il 26 marzo 1734 una importante famiglia di proprietari terrieri nella zona, i cheraschesi Brizio, avessero infeudato la Veglia, mettendo a disposizione indubbie capacità economiche nel recupero delle somme necessarie all’impresa. Ci volle anche che a sostituire l’Operti arrivasse Giorgio Audinetti di Villanova Mondovì, che, utilizzando risorse anche proprie e riuscendo in qualche modo a dirottare su Veglia la generosità di alcuni cittadini, riuscì finalmente a completare anche nell’arredo l’edificio. Il 10 agosto 1760 la chiesa parrocchiale di S. Rocco fu consacrata dal vescovo astigiano Giuseppe Filippo Antonio San Martino.in visita pastorale alle chiese del territorio cheraschese.

Il risultato finale non poteva che compiacere gli abitanti che potevano godere di un edificio sacro che il Salmatoris già considerava “la più ornata tra le chiese suburbane”.

Se la chiesa è lo specchio della coscienza religiosa di un luogo, bisogna pur dire che una comunità di circa 400-500 persone aveva fatto miracoli o almeno tanti sacrifici per quella realizzazione, che manifestava sì un vivissimo sentimento religioso, ma insieme anche uno strettissimo legame con la vicaria cheraschese e con la città, riproponendone tutti i culti maggiormente diffusi: la Madonna delle Grazie, la Madonna del Rosario e prima di tutti l’iconografia dei Santi Rocco e Sebastiano insieme all’Immacolata Concezione, l’immagine che a Cherasco si era diffusa soprattutto negli anni della grande pestilenza del 1630-31. Lo stesso parallelismo si riscontra anche nella costituzione delle Compagnie religiose, ad iniziare da quella del Rosario (6 gennaio 1706, approvata dal Vescovo con decreto 7 settembre 1706), per proseguire poi con i Disciplinanti sotto il titolo del SS.mo Crocifisso (1737), aggregata alla Compagnia de Disciplinanti di Cherasco; la Compagnia delle Umiliate sotto il titolo della Beata  Vergine de’ Dolori è del 1739; quella sotto il titolo delle Anime Purganti, seguì poco dopo. Nell’anno 1754 fu istituita la Compagnia della Dottrina Cristiana con decreto vescovile 4 novembre, seguita il 10 giugno 1779 dalla Compagnia della buona morte, dedicata a S. Giuseppe,e ancora quella del Corpus Domini (8 giugno 1798), venuta per ultima, forse perché tradizionalmente tutti i curati delle chiese suburbane erano chiamati a partecipare alla processione del Corpus Domini in Cherasco.

La chiesa fu successivamente ancora abbellita e completata, ma verso la fine dell’Ottocento, causa l’umidità delle infiltrazioni, le decorazioni erano in parte guaste, tanto che si rinvennero le risorse per un preciso restauro e per un ulteriore inserimento di due altari dalla parte del Coro, colle oblazioni dei fedeli in ossequio alla volontà dello zelantissimo nuovo priore Don Vittorio Cagnassi di Cissone,

Insieme alla chiesa era stata costruita anche l’abitazione del curato, che a fine Settecento il Damillano poté vedere, giudicandola vasta e funzionale sui due piani in cui si sviluppava.

Quello che però lo colpì particolarmente nella sua visita in qualità di Vicario Foraneo, fu il “Palazzo degli esercizi” che nel 1765 era sorto sul fianco della chiesa a delimitare davanti lo spazio di una vasta piazza e dietro un vasto giardino. Era stato il curato Giorgio Audinetti a volere quella costruzione, probabilmente mosso dall’esempio di quanto era successo nella chiesa principale della vicaria, cioè in S. Pietro a Cherasco, dove era sorto un edificio finalizzato agli esercizi spirituali, grazie ad un lascito di Bartolomeo Oberto e alle risorse personali dell’abate Giovanni Taricco. Il Palazzo degli esercizi fece della Veglia un centro di buon richiamo, perché molti erano anche i forestieri che vi si recavano per fare gli esercizi spirituali secondo le modalità prescritte da S. Ignazio di Loyola.

Dal 1° marzo 1798, nell’ambito di una generale riforma ecclesiastica al curato di Veglia fu concesso il titolo di Priore.

Ancora sul Settecento

Nella Settecento Veglia divenne un centro frequentato di esercizi spirituali, grazie a quel suo edificio in grado di ospitare una trentina di persone, adeguatamente attrezzato e ben sorretto culturalmente dai diversi curati che si succedettero nel reggere la parrocchia. Soprattutto ad inizio secolo è documentata una qualche vitalità culturale che sembra esulare dalla normale attività religiosa. Negli Annali del Damillano all’anno 1712, scrive lo storico cheraschese:”Vi era un teatro nel cantonale della Veglia, ove sonosi recitate in agosto alcune opere sacre”; e nella Storia delle chiese si ripete “Nel cantonale della Veglia eravi per l’addietro un teatro ove nell’anno 1712, 16 agosto, si è rappresentata “La Madallena penitente”. Il fatto doveva essere stato di molto rilievo se lo storico ne fu tanto colpito e non possiamo pensare ad altro che ad un’iniziativa legata agli esercizi spirituali e ad un locale all’interno dello stesso palazzo.

In parallelo con lo sviluppo dell’istituzione religiosa, nel Settecento, mutarono altre cose per i Vegliesi. Forse la più significativa fu l’infeudazione della borgata alla famiglia Brizio, di origini braidesi, ma con un ramo trasferitosi a Cherasco da diverso tempo. Fu Paolo Emilio Brizio a diventare conte della Veglia Viassa, Carena e Gianoli, acquistando il titolo da Carlo Emanuele III il 26 marzo 1734 coll’esborso di 3 mila lire. I Brizio avevano vasti interessi terrieri nella zona, dove trovavano concorrenza soltanto nei Morozzo, diventati da molto tempo ormai proprietari della Giardina. Non è da trascurare comunque il fatto che la cascina Giardina fosse legata come territorio alla parrocchia e alla frazione Costa di Cappellazzo, e che i Morozzo avessero già i loro bravi titoli di marchesi e che dunque non aspirassero a nessun feudo marginale come quello di Veglia.

Cascinale in Veglia

Contro le infeudazioni delle frazioni si era mosso, ma inutilmente, il Comune di Cherasco, che si vedeva sottrarre ampie zone dalla propria giurisdizione, perché in parallelo anche Roreto fu infeudata ai Petitti e il Cappellazzo agli Zavattero

L’infeudazione ai Brizio ebbe fine con l’estinzione del ramo maschile della famiglia nel 1790 e il feudo di Veglia fu devoluto al Demanio e di nuovo messo sul mercato e acquistato dalla famiglia Bertolazzone di Torino, che comunque lo tenne per poco tempo, perché l’arrivo dei Francesi del Bonaparte, nella primavera del 1796, determinò in breve tempo la soppressione dei titoli feudali.

I Morozzo e i Brizio erano i grandi proprietari terrieri della zona, ma accanto a loro occorre anche ricordare i notevoli possedimenti di due conventi domenicani: quello di Garessio, soprattutto nell’area ad ovest della frazione, e quello della Maddalena di Cherasco, che almeno dal Seicento possedeva una cascina di circa 30 giornate (zona Carena-Gionoli) e ancora altri beni più a nord e ad est del borgo verso i confini di Cavallermaggiore e di Bra. Una particolare lite sorse nel 1797 tra il massaro Andrea Carena e i Domenicani. Il Carena aveva fatto costruire un nuovo forno ai Gianoli e pretendeva di essere rimborsato della spesa mentre i Padri Predicatori affermavano di non essere stati informati della necessità del forno e che comunque nessuno aveva autorizzato la spesa; era stata un’iniziativa personale del massaro e dunque pensasse lui a pagare.

Tra le famiglie del posto si distinguevano come proprietari i Gianoglio. Un ramo della famiglia si era trasferito a Cherasco almeno sin dalla seconda metà del Seicento, trovando un ruolo adeguato nel settore del notariato e dell’esattoria delle tasse, senza trascurare anche altri settori d’investimento. Il notaio Sebastiano Gianoglio, già figlio e nipote di notaio, negli ultimi anni del sec. XVIII è uno dei tradizionali appaltatori della riscossione della taglia cheraschese e tesoriere comunale, nel momento in cui la città viene occupata dai Francesi.

Il periodo francese

La situazione di Veglia sembra essere relativamente prospera a fine Settecento. La vasta pianura coltivata a cereali e a pascoli permetteva un discreto allevamento di bestiame e una buona produzione di granaglie, che erano pur sempre fondamentali nell’alimentazione della gente. Quando nel 1797 l’Amministrazione Comunale sembrava preoccupata per le proprie scorte di vettovaglie, perché a fronte dei 10.341 abitanti, che imponevano una necessità di oltre 100 mila emine di grano, ne erano disponibili solo 68 mila con un deficit di circa 35 mila, la frazione Veglia con i suoi 405 abitanti poteva contare su 4.480 emine di scorta e dunque essere pressoché autosufficiente per la propria alimentazione. Nello stesso anno a Veglia venivano segnalati quattro importanti imprenditori nel settore della gestione di cascine (Giovenale Bergese, Bartolomeo Colombano, Gio. Pietro Gianoglio e Michele Panero), cui si assegnava un “fondo di negozio”, noi diremmo un capitale societario, di 1.000 lire ciascuno.

L’occupazione di Cherasco da parte dei Francesi del Bonaparte e l’armistizio avevano diviso in due tronconi il territorio comunale, dato che all’esercito occupante interessavano solo una sponda di Stura e la vallata del Tanaro. Così Veglia non fu coinvolta, se non marginalmente negli avvenimenti legati soprattutto al pagamento di una fortissima indennità di guerra. Quando poi, all’inizio di dicembre del 1798 fu abolita la monarchia e istituita la repubblica anche le frazioni dell’Oltre Stura furono interessate alle novità che progressivamente furono introdotte.

Il 5 gennaio 1799 il vegliese Gio. Antonio Gerbaldo fu eletto a rappresentare la frazione del Consiglio dei Municipalisti e Veglia dovette partecipare all’arruolamento della Guardia Nazionale, l’esercito di popolo che doveva garantire la sicurezza locale. I fatti più tragici del 1799 (in particolare l’assalto dei “Narzolini”) interessarono soprattutto il concentrico, ma l’esercito francese che si ritirava da Carmagnola e da Bra verso Fossano e Cuneo, davanti all’incalzare degli Austro-Russi, certamente contribuì a rovinare la situazione della zona. Un’aggravante era poi data dai numerosissimi disertori dell’una e dell’altra parte, dai renitenti alla leva e dai generici briganti: tutta gente che viveva latitante, al bando e che pur doveva sopravvivere sfruttando il territorio. Nell’estate del 1799 la vita nelle campagne di Veglia era impossibile, perché la gente, le cascine, i beni e le produzioni erano completamente in balia delle bande di irregolari che si erano coagulate per sopravvivere e per sopraffare meglio. Delle esigenze del borgo si fecero interpreti Carlo Gianoglio e Giovenale Bergese, chiamati a far parte del nuovo Consiglio nominato dai nuovi padroni, gli Austro-Russi, che pur agivano in nome dei Savoia.

Nell’estate del 1800 tornarono i Francesi, che ripresero l’organizzazione della repubblica. Il 21 agosto furono aboliti i titoli di nobiltà e dichiarati nazionali i beni delle abbazie e dei benefici di nomina regia. La cascina dei Domenicani alla Veglia fu ipotecata nel fondo di garanzia a tutela della emissione di nuova cartamoneta. Nello stato della popolazione di Cherasco, nel momento in cui la città fu assegnata al circondario e alla sottoprefettura di Savigliano (1801) a Veglia risultava una popolazione di 405 anime.

In quello stesso anno il Comune si trovò in cassa oltre 23.000 lire in biglietti e visto che dallo Stato era stata messa in vendita la cascina di Veglia dei Domenicani, pensò di comprarla utilizzando quel denaro che non poteva essere speso in altro modo, ma il progetto fallì, perché non si riuscì a raggranellare tutta la somma di 40.060 lire in biglietti con l’ottavo in moneta. La comprò poi certo Pietro Ballocco di Narzole. E’ questo il momento di avvio di una sorta di rivoluzione nella proprietà della terra, che passò dai conventi a privati, quasi sempre alla ricerca di guadagni speculativi e non di una definitiva sistemazione, visto che i terreni finiscono in mano di negozianti, borghesi arricchiti, e non certo di contadini o di imprenditori agrari e che le mutazioni di proprietà sono frequenti. Il territorio di Veglia fu particolarmente interessato al fatto perché presto fu liquidata anche la proprietà dei Domenicani di Garessio e ancora altri beni di proprietà ecclesiastica.

La situazione delle campagne era sempre difficile, perché non si riusciva a tutelare le cascine dalle bande degli irregolari, che accanto alle motivazioni solite, inalberavano adesso anche quelle politiche e religiose. Nel dicembre 1801 furono convocati a Cherasco i comandanti  della Guardia Nazionale dell’Oltre Stura (Carlo Valperga, Giacomo Gerbaldo, Bartolomeo Panero) per concordare un’azione di repressione. La situazione era un po’ caotica e spesso la volontà di repressione si rivolgeva contro le stesse persone precettate come repressori. Era accaduto proprio a Stefano Panero, figlio di Michele affittavolo di Vincenzo Gianoglio, che, chiamato a far parte della pattuglia che doveva battere le campagne di Veglia, si era recato a Bra dall’armaiolo per provvedersi di un fucile ed era stato arrestato perché armato. Le richieste di porto d’armi si moltiplicavano, perché l’insicurezza era generale, specie nei territori più isolati e più lontano dai centri più densamente popolati. Era naturale che chi abitava un luogo isolato tendesse a garantirsi in qualche modo un po’ di sicurezza, ma a dimostrazione di una diffusa paura sta il fatto che anche il priore Carlo Olliveri avesse chiesto di poter tenere un fucile. Alla sicurezza del posto doveva badare la Guardia Nazionale. A Veglia veniva reclutata la quarta compagnia , che nel 1810 contava su 68 fucilieri, 9 caporali, 5 sergenti; era guidata da Vincenzo Asselle, che aveva come suoi sostituti il luogotenente Antonio Panero e il sottoluogotenente Antonio Gianoglio di Carlo.

Cappella in Veglia

In previsione della creazione di un’anagrafe comunale, il maire Pron si recò a visitare tutti gli archivi delle parrocchie in cui esistevano le uniche registrazioni su cui si potesse impiantare il nuovo ufficio e a Veglia trovò due registri di battesimi, uno di matrimoni e uno di decessi, essendo la parrocchia piccola e istituita da meno di un secolo.

Nel 1802 un decreto della Repubblica Francese era intervenuto a sopprimere tutti i conventi e in particolare quelli cheraschesi e in dipendenza di questo atto il 3 settembre i Vegliesi erano riusciti a liberarsi dai pesi che avevano verso il convento degli Agostiniani e il nuovo parroco della Madonna del popolo aveva accettato di rinunciare alle sue prerogative in cambio di 200 lire, cifra che fu fissata dal vescovo,(decreto14 settembre 1803) chiamato a far da arbitro. Intanto l’iniziativa statale di vaccinare contro il vaiolo ci fa scoprire che a Veglia esisteva un “flebotomo”, Carlo Antonio Genta, che fu incaricato per la zona.

Il 4 novembre 1803 arrivò un’ingiunzione ai Vegliesi a pagare nelle mani del priore Oliveri una forte multa, fissata per le spese del fatto dei gendarmi dell’anno prima. Non sappiamo con esattezza di quanto si trattasse, ma si può facilmente ipotizzare che i Vegliesi fossero stati accusati di proteggere i disertori e i renitenti alla leva, che nei dintorni della frazione andavano costituendo bande sempre più numerose in cui confluivano giovani anche forestieri, ma che erano guidate proprio da ragazzi del posto, che in numero sempre crescente rifiutavano l’arruolamento  Probabilmente dei gendarmi venuti alla ricerca di renitenti non avevano trovato collaborazione e magari erano stati malmenati dalla gente insorta, visto quelli che erano i normali comportamenti dei soldati. Il fatto che il priore fosse stato delegato alla riscossione della multa è certamente significativo del ruolo che l’Oliveri svolgeva all’interno dei parrocchiani. Qualche anno dopo sarà lo stesso Oliveri a far da tramite tra le bande irregolari del posto e il maire. A Veglia continuava ad esistere una banda, un problema per il territorio, visto che c’erano anche dei Cheraschesi, ma la situazione all’inizio del 1810 sembrava migliorare da quando il parroco aveva incominciato a interessarsene. Per suo tramite, Bergesio Pietro si era consegnato volontariamente e il maire Gioachino Icheri consigliò di trattarlo bene, perché gli altri potrebbero essere attirati a far la stessa cosa. Non si sbagliava; infatti poco tempo dopo anche Michele Panero e Gio Matteo Panero si presentarono a lui accompagnati dal priore. Poco dopo si presentò anche Giacomo Germanetto, disertore del 14° reggimento. Si pensava che sottratti alla banda quelli del posto, che conoscevano i luoghi e le persone, sarebbe stato più facile sorprendere gli altri non più protetti dalla popolazione. Il 25 febbraio 1810 fu attuato un tentativo per arrestarne tanti insieme. Una pattuglia della Guardia Nazionale, supportata dai Gendarmi di Narzole, informata che spesso i disertori si presentavano la domenica alla messa del mattino, all’improvviso circondò la chiesa e controllò tutti i presenti. Fu arrestato solo un certo Antonio Rocchia di Demonte e portato a Cuneo. Premeva all’autorità soprattutto l’arresto di Gabriele Colombano, che si era macchiato di diversi crimini, di violenze e furti. In particolare era stato denunciato da Stefano Panero, mezzadro della Borgomata. Nel mese di marzo, dopo tanti fallimenti si riuscì a fermarlo, proprio all’uscita dalla messa. Gli inconvenienti della presenza della banda di Veglia continuarono ancora in seguito e nel 1805 il maire Alessandro Pron chiedeva apertamente al prefetto del denaro per compensare le spie, che potevano riferire sui movimenti sospetti, perché da qualche giorno sono segnalate presenze dei briganti a Roreto, Cappellazzo e Veglia. La zona era frequentata anche dai famosi “Briganti di Narzole”, come rivela ampiamente il fatto del molino di Cervere, del luglio del 1807, quando Giovanni e Domenico Scarzello, Stefano e Giovanni Perno, Sebastiano Vivalda, Bartolomeo Gancia, Gio Battista Dogliani (tutti della banda dei briganti di Narzole) erano stati sorpresi nel mulino, ospiti dei fratelli Bellone. L’azione di polizia era stata così mal condotta che un gendarme era morto, un altro era stato gravemente ferito e i briganti si erano potuti allontanare sani e salvi. Particolarmente colpite e danneggiate dai disertori-renitenti (la banda di Veglia) e dai briganti (la banda di Narzole) risultavano le cascine isolate e prima fra tutte la Borgomata. Nel 1808 il massaro Stefano Panero riferì che la sera del 22 gennaio erano stati suoi indesiderati ospiti quattro briganti di Narzole, per farsi dare ricovero sino al mattino. Si trattava di Giovanni Scarzello, Giovanni Vivalda, del “Coscritto” e di Porro, che gli avevano intimato di non attraversare Stura prima di due giorni, altrimenti avrebbero fatto a pezzi lui e la sua famiglia. Nella lotta continua i successi dei gendarmi erano sempre parziali, perché le bande erano continuamente alimentate da nuovi ingressi. Così a poco serviva l’arresto di 4 soldati refrattari eseguito a Veglia nella notte tra il 23 e il 24 gennaio. Due erano di Veglia, uno di Narzole, l’altro di Trinità. Meno marginale invece l’arresto a Narzole di Gio Battista Scarzello, “Tista”, uno dei capi storici della banda di Narzole, che fu condotto a Torino e giustiziato dopo il processo. Il 30 luglio 1808 la banda di Narzole commise l’ennesimo assassinio sulla strada di Racconigi e di conseguenza tutto il territorio circostante, compresa Veglia, fu setacciato dalle pattuglie di Gendarni e della Guardia Nazionale, che non trovarono nulla di particolare.

Affresco appella in Veglia

Il 9 novembre 1804 Veglia, o meglio il ponte del Grione, fu il campo di una straordinaria rissa tra orticoltori di Cherasco e di Bra. Erano tutti sulla strada del ritorno dal mercato di Savigliano e i cinque di Bra avevano raggiunto i quattro di Cherasco e chiesto notizie di Francesco Bonfante, altro ortolano di Cherasco, e uno pacatamente rispose che si era incamminato prima e dunque era più avanti. Ma uno dei Braidesi sbottò con un “Siete anche voi delinquenti come lui?”. Tommaso Bernocco rispose: “Si, come tutti quelli di Bra”. Antonio Bernocco, che era più indietro, visto che il nipote altercava con quelli di Bra, affrettò il passo e raggiunse gli altri. Incominciarono a volare insulti. I Braidesi scesero da cavallo e con un coltello ferirono al braccio Antonio Bernocco, colpendolo altresì con un bastone, tanto che finì a terra. Luigi Grosso, altro cheraschese, fu ferito alla pancia dallo stesso coltello. Poi i Braidesi fuggirono. Il Bernocco rimase con i feriti, mentre il quarto, Morra Battista, rientrato di corsa a Cherasco, si affrettò a raccontare il fatto. I feriti intanto furono trasportati nella vicina cascina della Giardina, in casa del massaro Giuseppe Panero, dove verso mezzogiorno del 10 Antonio Bernocco morì. Il Grosso era ancora vivo il giorno 11, ma ferito mortalmente e in pericolo di vita.

Il 6 novembre 1804, a fronte della solita richiesta del numero degli abitanti volta a definire il numero dei coscritti, Cherasco denunciò 7.698 presenze: 4.928 nel concentrico, 975 a Roreto, 660 a Cappellazzo e 315 a Veglia. Il numero di 315 viene ribadito ancora nello Stato della popolazione dell’anno dopo (5 ottobre 1805), mentre una più analitica dichiarazione del 1806 portava la popolazione di Veglia a 394 persone (maschi non sposati 134; femmine non sposate 111; uomini maritati 64; donne maritate 64; vedovi 6; vedove 15). Di queste persone 5 erano iscritte nella lista dei poveri di primo grado, 16 in quella di secondo grado, con una percentuale più bassa di quella generale del comune, perché il maggior numero di indigenti si trovava proprio nel concentrico tra i manovali e i braccianti che per lunghe stagioni dell’anno rimanevano senza lavoro e senza paga. Secondo il Damillano, che cita la Consegna del 1807, la Cura della Veglia era composta di anime 415. Una nuova dichiarazione della popolazione da parte del Comune, nel gennaio 1809 indica per Veglia la presenza di 420 abitanti.

La povertà della parrocchia della Veglia viene ribadita anche nello Stato dei beni ecclesiastici del 1807. in cui le viene assegnata una rendita annuale di 380 lire, il corrispettivo delle 80 emine di grano che i parrocchiani si erano impegnati a versare annualmente il priore.

Nel 1805 (per decreto del 28 maggio) nell’ambito di una ristrutturazioni dei confini delle diocesi all’interno dei dipartimenti del Piemonte dell’Impero Francese, la parrocchia di Veglia, insieme a quella del Cappellazzo fu assegnata alla diocesi di Saluzzo, nel momento in cui il vescovo Pio Vitale si insediava nella Diocesi di Mondovì, cui era stato assegnato il resto del territorio cheraschese. Forti furono in quel momento le proteste di Cherasco, perché a tutti sembrò strano ed illogico che un territorio comunale fosse stato diviso e assegnato a due diverse diocesi. C’era comunque anche una certa apprensione che il fatto preludesse ad un qualche ridimensionamento del territorio cheraschese. Da poco tempo il comune aveva già perso Narzole, eretto come amministrazione autonoma nel 1802 e in tutto l’Oltre Stura serpeggiava un movimento secessionista, specie a Veglia, alimentato soprattutto dai Braidesi, che avevano interessi in zona e che avrebbero volentieri voluto inglobare la zona, insieme al Roretese, nel territorio di Bra. La divisione del territorio su due diocesi comportò anche successivamente degli inconvenienti e delle proteste, perché le parrocchie appartenenti alla diocesi di Mondovi dovettero assoggettarsi a presentare un proprio bilancio di previsione al Comune e a far vagliare dallo stesso le proprie spese, mentre quelle di Veglia e Cappellazzo non ricevettero mai dal vescovo ordini a tal proposito. Successe anche, più di una volta che a Veglia si potesse mangiar carne di Quaresime e sul resto del territorio fosse proibita, visto che la dispensa veniva accordata dal vescovo a fronte di particolari carenze di cereali.

Il 14 luglio 1812 il comune di Cherasco scelse la Rosière, cioè la ragazza che si sarebbe dovuta sposare il 15 agosto per la festa di S. Napoleone, ricevendo una dote  pubblica di 500 lire. La scelta cadde su Agnese Bergese, figlia di Pietro e di Giovanna Maria Gandino, residente alla Vegla, una ragazza notoriamente di buoni costumi, che aveva chiesto di essere presa in considerazione, visto che si coniugava con Nartolomeo Ollocco, soldato del 94° reggimento d’infanteria, riformato per malattia il 10 ottobre 1810 a Bayonne, dove certamente operava per sedare la rivolta degli Spagnoli contro l’Impero Francese. Quasi contemporaneamente un rimprovero ufficiale giunse a Veglia al maestro Natta da parte del Comune e degli organismi di tutela delle scuole, perché si ostinava ad insegnare il latino.

Poco dopo arrivò il progetto di una nuova strada che dalla parrocchiale di Veglia, passando di fianco alla Giardina, sarebbe andata ad immettersi in quella per Savigliano. Debitamente sollecitato Carlo Emanuele Morozzo Bianzé aveva offerto gratuitamente i terreni in suo possesso necessari alla realizzazione. Il sistema viario di Veglia sarebbe stato così completato: una prima strada dal pilone (e dunque da Roreto, da Bra e da Cherasco) arrivava alla frazione e proseguiva poi per Cavallermaggiore; un’altra strada collegava l’abitato alla Giardina e da una parte portava a immettersi in quella per Marene-Savigliano, dall’altra in quella del Cappellazzo che finiva nella grande arteria per Cervere-Fossano.

Cappella Veglia

Ad attestare che la banda della Veglia non era mai stata sgominata, nell’agosto del 1813, nel corso di una vasta battuta della Guardia Nazionale, che vide coinvolti 30 uomini al giorno per un’intera settimana, proprio a Veglia furono arrestati 12 Francesi, che, destinati come coscritti al 53° reggimento di linea, avevano preferito disertare e cercare rifugio nella zona, che notoriamente offriva possibilità di sopravvivenza.

Da anni si protestava che la strada di Cavallermaggiore era in pessimo stato. Già nell’estate del 1804, dopo la visita delle strade, il tecnico del Comune Ignazio Allaria aveva riferito che i 5.563 metri dal Pilone a Cavallermaggiore erano pressoché impercorribili da parte di carrettoni o vetture e che la strada doveva essere quasi del tutto rifatta, con i suoi fossi a lato, spianata e inghiaiata. Qualche piccolo intervento c’era stato, ma non tale da mutare la situazione. Il Comune non fu per anni in grado di affrontare la spesa che l’Allaria aveva previsto in circa 13 mila lire e aiuti da parte dello Stato non ne arrivarono, perché la strada aveva un interesse marginale. Sempre nell’ambito di una ordinaria manutenzione nel 1812 si dovette pensare al rifacimento di un piccolo ponte alla Veglia, vicino ai Carena, sulla strada di Cavallermaggiore. Altri lavori più significativi non risultano e anche i progetti preparati nella seconda decade del secolo non furono realizzati, per carenze finanziarie, ma anche perché dal 1813 tutta l’attenzione e tutte le risorse risultano finalizzate alla guerra che vedrà l’imperatore Napoleone I soccombere, con la fine dell’Impero Francese.

L’Otto-Novecento

Uno dei grandi problemi affrontati nell’Ottocento fu quello dell’impianto di un nuovo cimitero, una priorità da quando le leggi vietavano di inumare nel vecchio terreno sacro sul fianco della chiesa, appena al di là della strada.

Era stato quello il tradizionale cimitero della parrocchia sul terreno individuato nel catasto Maffei del 1784 alla particella 1811. Se si guarda alla mappa catastale con attenzione ci si rende conto che l’area cimiteriale era stata anticamente formata grazie ai proprietari dei siti individuati come 1810 e 1812, che chiaramente avevano rinunciato a un angolino del possesso per permettere alla comunità un servizio essenziale

Sulla base della normativa del 1777 e soprattutto di quella francese, dopo che il Piemonte era diventato parte prima della Repubblica e poi dell’Impero Napoleonico, la città aveva provveduto alla costruzione del cimitero di Cherasco e poi di quello di Roreto, cioè dei due luoghi in cui viveva la maggioranza della popolazione. Quando poi, tornati i Savoia, la normativa sostanzialmente non cambiò e le sepolture continuarono ad essere impedite nelle chiese e fortemente ostacolate nei cimiteri adiacenti alle chiese, cioè nei centri abitati, la necessità, che si prospettava, di trasferire i cadaveri a Roreto o a Cherasco fece insorgere le proteste delle frazioni, tanto più intense quanto più gli abitati erano lontani dai siti preposti. Iniziò allora nella prima metà dell’Ottocento una politica volta a dotare di cimitero tutte le frazioni, ad incominciare da S. Giovanni, per continuare poi con il Cappellazzo Probabilmente qualcuno credette che si potessero convincere i Vegliesi a portare i loro morti a Cappellazzo e l’Amministrazione Comunale cercò di coinvolgere la frazione nelle spese di costruzione di quel cimitero, senza comunque riuscirci. Il 9 marzo 1845 fu il priore Leone Gagna a scrivere al sindaco per chiarire che non c’erano documenti autentici di confine tra le parrocchie di S. Rocco e della Natività. Egli considerava l’estensione della sua giurisdizione sulla base di quelle cascine i cui abitanti contribuivano alla sua congrua , cioè oltre la vera e propria frazione anche Carena, Gianogli, Alteno, Viassa, Case Nuove e Giardina, che era venuta a far parte della parrocchia nel periodo della giurisdizione della diocesi di Saluzzo. Nessuno di questi suoi parrocchiani accettava di contribuire alle spese del cimitero del Cappellazzo. Chiaramente ne volevano uno proprio.

Cappella Veglia

Misero in campo al solito l’unica protesta che a Cherasco parevano sentire: la minaccia di separazione della frazione dal territorio comunale. Il Consiglio Provinciale del 25 settembre 1851 prese infatti in considerazione una richiesta di separazione da Cherasco di numerosi capifamiglia di Veglia, che poi sarebbe stata reiterata, anche con l’adesione di Cappellazzo e Roreto, e non poté far altro che prenderne atto e trasmettere la pratica all’Intendenza, che lentamente mise in moto la procedura e chiese le considerazioni del Consiglio cheraschese sulla vicenda. Indubbiamente a Cherasco non si voleva alcun distacco. L’iter fu piuttosto difficile e se il Consiglio Provinciale considerava “l’utilità di massima” della procedura, Cherasco trovò tanti sistemi, tante controdeduzioni per allungare i tempi. Nel 1854 in questo batti e ribatti tra Cherasco, Mondovì. Cuneo e le frazioni dell’Oltre Stura, l’Intendente di Mondovì scrisse al sindaco di Cherasco per ottenere nuovi chiarimenti. Ancora nel 1858 la questione era aperta e il 9 giugno di quell’anno il Consiglio consegnò all’on. Agostino Petitti di Roreto una serie di documenti a “confutazione” delle ragioni di Roreto, Cappellazzo e Veglia, che chiedevano l’erezione di un comune autonomo. Il deputato, che sarebbe poi diventato ministro era stato individuato a giudicare delle ragioni degli uni e degli altr

Intanto, forse anche per raffreddare la protesta, ma anche stimolato dalle lettere del Priore che chiaramente ribadiva che il cimitero attuale era contro la legge e che i suoi parrocchiani erano esasperati, il Consiglio Comunale aveva deliberato la costruzione di un cimitero a Veglia, insieme con l’ampliamento di quelli di Roreto e del Capoluogo.  Se n’era già tanto parlato l’anno prima e il progetto era già preparato per opera del misuratore Gio. Francesco Chiora (firmato il 28 luglio 1855), che aveva utilizzato un rettangolo di m. 34 x 27,75, all’interno del quale prevedeva un muro di recinzione di m.30,80 x 24,65. Il terreno fu acquisito dalle proprietà di Gio. Maria Testa e di Charrost de la Savanne, lungo la strada vicinale dei Carena, a breve distanza dalla strada comunale per CavallermaggioreSi fece tutto in fretta e il 1° agosto 1856 i lavori erano ultimati e il capomastro Francesco Anselmetti chiedeva al comune il collaudo.

Rispetto alla cifra iniziale prevista di 2.868 lire si dovettero aggiungere altre 10 lire, 5 per una croce in ferro da collocare in facciata e 5 per 4 termini divisori in pietra.

Il sito del vecchio cimitero fu poi ripulito con la raccolta di tutte le ossa, appaltata il 21 maggio 1869 con una spesa prevista di lire 14,70, sulla base di una perizia di stima del tecnico del Comune Ciravegna. Il 10 maggio 1870 il sito fu messo in vendita dal sindaco Felice Galli della Mantica. Furono necessari il parere della Commissione di sanità, della Deputazione Provinciale e solo il 19 agosto 1871 si poté pubblicare l’avviso d’asta. Si aggiudicò quelle poco più di 2 tavole di terra il 7 settembre 1871 Antonio Panero per la cifra di 130, spuntandola su altri due concorrenti, Bernardo Lamberto e Antonio Gerbaldo.

Pilone della Veglia

Non cessavano intanto le tendenze secessioniste, che periodicamente rispuntavano, quasi sempre a fronte di veri o presunti torti subiti dai Vegliesi da parte dell’Amministrazione comunale in cui comunque la frazione era sempre rappresentata. Talvolta si propugnava l’adesione al Comune di Bra, dopo che era stata respinta l’istanza di creare un nuovo comune delle frazioni cheraschesi dell’Oltre Stura, altre volte si ipotizzò anche un’unificazione con Marene. Occorre comunque dire che non ci fu mai un’adesione unanime ad una tesi, perché le diverse prospettive trovavano sempre degli oppositori anche interni, talvolta persino nel priore, che continuava a rappresentare gran parte della coscienza del luogo. Nel 1892 diversamente dal solito i Vegliesi non aderirono ad un’iniziativa di Bricco e Cappellazzo che chiesero di essere staccate da Cherasco per unirsi al territorio di Cervere. La richiesta fu discussa nel Consiglio comunale con Annibale Marazio sindaco facente funzione e, al solito, fu respinta. Un’altra importante iniziativa della prima metà del Novecento fu la costruzione della nuova scuola materna. A coordinare l’iniziativa fu il priore, teol. Edoardo Binello, che in qualche modo tradusse le istanze della popolazione e anche le sue idee su una corretta educazione dell’infanzia. Del progetto fu incaricato il geom. Giuseppe Mossino di Bra, che nel 1929 presentò la propria ideazione, indubbiamente significativa ed importante, ma troppo costosa rispetto alle possibilità della frazione. La generosità dei borghigiani permise la realizzazione di due delle tre parti in cui il progetto venne articolato, per le quali era stata prevista una spesa di 100 mila lire. In ogni modo la scuola materna fu aperta ai bambini il 18 novembre 1929. Le spese erano salite a 131 mila lire.Il priore Binello era riuscito a pagare sino a 102 mila lire, somma che rappresentava una media di oltre 1.000 lire per famiglia, una cifra veramente ragguardevole. Ciononostante restava un debito di circa 28.000 mila lire, che per anni pesò enormemente sulla gestione perché non si riuscì a coagulare un piano di ammortamento. Il comune si metteva a disposizione per compilare domande e insieme al Priore ci si rivolse al Ministero, all’Opera Nazionale Maternità e infanzia, agli istituti di credito. In particolare il S. Paolo valutò negativamente la situazione finanziaria dell’asilo e il 20 giugno 1934 rifiutò addirittura una sorta di mutuo per appianare il debito. Per parte sua il Binello si rivolgeva in particolare al Podestà per ottenere comunque piccole somme (20 lire il 19 giugno 1934,altre 20 quattro giorni dopo, 50 lire all’inizio di luglio, altre 50 il 17 dello stesso mese) che, lungi dal risolvere il problema di fondo, venivano pressoché assorbite dall’ordinaria amministrazione. Solo il 1° febbraio 1934 l’asilo aveva incassato dal Comune 1.500 lire, ma intanto maturavano anche interessi da pagare. La situazione si trascinò per diversi anni per risolversi a poco a poco col tempo e soprattutto grazie alla generosità dei privati, alle economie delle suore che gestivano l’istituzione.

La Veglia nell'ultimo secolo

La fraz. Veglia si estende su un ampio territorio pianeggiante, caratterizzato da una serie di cascinali nelle sommità: la cascina Argessa confina con Brà, i Tetti Santi con Cavallermaggiore, le cascine Panero-Teitot-Pallavicino e la località Bonini con Marene. Innumerevoli importanti realtà agrarie e borghi fanno parte di Veglia, come le Case Nuove, le Case Sparse vicino all'autostrada TO-SV, le cascine Gianò e Carene e la borgata Giardina. Quest'ultima è un vecchio borgo, chiuso nelle mura con due belle entrate, con una sua chiesetta ora in disuso intitolata a MARIA ASSUNTA. La Chiesa di Veglia, dedicata a S.Rocco e in stile barocco, è restaurata negli anni 80, caratterizzata da un bellissimo campanile, è una tra le più belle della zona. Accanto è situato il vecchio asilo costruito dai locali e usato fino agli anni 80,
poi utlizzato dal parroco (Don Mazza) come abitazione perchè le stanze adiacenti alla chiesa erano in fase di restauro. Nella piazzetta antistante la chiesa è stato posto il monumento ai caduti di guerra.
Il cuore pulsante della frazione è il centro sportivo, nato come luogo dove si svolgevano tornei di pallapugno e di calcio, ora è un bel centro sportivo-culturale costruito e voluto dai residenti. Uno dei momenti più importante è il mese di Giugno quando si svolge il torneo di calcio a 7, memorial Domenico Barbero.

Centro sportivo  Veglia

Personaggi famosi  di Veglia dal 1900 sono stati: Don Binello parroco per tanti anni, Suor Maria che ha insegnato a cucire a tutte le mamme, la Suora Superiora, Suor Clelia insegnante elementare che ha fatto scuola ad almeno due generazioni di residenti, Suor Clarina ottima
cuoca dell'asilo. Don Mazza compositore di musica sacra e insegnante di organo, Cristoforo Audero detto Tofù nelle vesti di factotum e manutentore del paese per qualsiasi problema di elettricità, acqua, falegname, fabbro con la sua bottega o officina dietro la chiesa (anche
consigliere comunale per molti anni), Padre Bergesio Marcello economo dei Padri Somaschi. D'obbligo ricordare tutti i negozianti di bestiame conosciuti in tutti i mercati del Piemonte anche perchè alla Veglia un abitante su tre fino a non molto tempo fa era negoziante di bestiame.

 

Trattazione storica completa a opera di Bruno Taricco.  Download

 

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